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Modellamento Simbolico: storia di una guarigione

Stefano Mastrolitti

English translation

Il mio primo incontro con il modellamento simbolico è stato da paziente. O meglio, da cliente, come è più corretto denominarmi. Una differenziazione apparentemente insolita, ma molto sottile. Nella mia vita ho sperimentato la malattia mentale e questa tecnica ha dato una svolta decisiva alla mia guarigione, ma più ampiamente, a tutta la mia esistenza.

Sono un giornalista, ho fatto studi classici e mi sono laureato in scienze della comunicazione, quindi per natura, prima che per formazione, sono stato sempre abituato a lavorare con le parole e a confrontarmi con l'enorme importanza che esse portano con sé. Per questo ho potuto apprezzare a pieno la forte suggestione di tecniche quali il modellamento simbolico, il clean language o il clean space, che mettono proprio le parole del cliente al centro dell'attenzione.

Ho conosciuto il modellamento simbolico grazie alla mia psicoterapeuta, la dottoressa Justina Claudatus, una delle prime ad aver portato questa innovativa tecnica in Italia. Sono arrivato da lei con una depressione grave, maturata in seguito ad un forte esaurimento nervoso, come da successiva diagnosi dello psichiatra. A peggiorare la situazione, nel mio caso, c'erano anche ideazioni suicide, deliri e continui episodi di psicosi, durante i quali ho sperimentato allucinazioni visive e sopratutto uditive.

Durante la prima seduta, che ricordo benissimo a distanza di oltre un anno di terapia, rimasi fortemente colpito dall'approccio che la terapeuta, o meglio la facilitatrice, aveva attuato con me. Ammetto di essermi presentato da lei molto scettico e comunque estremamente spossato dai mesi precedenti che mi avevano portato a una terapia quasi forzata. Non avevo la minima fiducia in questo genere di trattamenti e avevo una visione della psicoterapia abbastanza diffidente e stereotipata: io su un divanetto a raccontare i miei affari e un medico dietro le mie spalle a prendere appunti su un taccuino o a registrare le mie parole. Ecco perchè il semplice gesto di chiedermi di trovare lo spazio ideale per me e per lei all'interno della stanza mi ha spiazzato positivamente e mi ha fatto capire che non mi sarei trovato di fronte alla solita seduta dallo psicoterapeuta, come è concepita dall'immaginario collettivo.

Nel corso delle sedute iniziali, guidato dalle domande clean della mia terapeuta, la metafora che ho elaborato per descrivere me stesso era questa: un uomo fatto di fumo, con due profondi buchi neri al posto degli occhi, immerso in una poltiglia scura, viscosa e inestricabile, prodotta dalle sue stesse viscere, all'interno della quale si muovevano fastidiosi esserini indefiniti. Intorno a lui persone senza volto che si guardavano bene dall'avvicinarsi all'uomo di fumo, per non rischiare di ritrovarsi anche loro intrappolate nella morsa di quella sostanza così disgustosa. Non so immaginare cosa possa aver intuito la mia facilitatrice da questo esordio, fatto sta che lavorandoci sopra, seduta dopo seduta, sono riuscito a modificare gradualmente questo iniziale paesaggio, apparentemente desolato e tetro.

Le successive ore trascorse nello studio della dottoressa Claudatus sono state caratterizzate da una continua riscoperta di me stesso, resa possibile dal lavoro con le metafore, grazie alle quali ho avuto accesso a lati inaspettati della mia essenza: attraverso le metafore, infatti, sono riuscito ad esprimere e ad accettare concetti ed elementi che altrimenti sarebbero rimasti celati ed inesplicabili per chissà quanto tempo. Un lavoro che sento di aver fatto quasi da solo, condotto per mano dalla profonda discrezione con la quale la mia facilitatrice ha scelto di agire.

Alla fine della prima fase della terapia, l'uomo fatto di fumo ha progressivamente assunto connotati più umani, fino ad avere dei tratti fisici ben definiti, ritrovando anche lo sguardo, il sorriso e le fattezze del viso. Il paesaggio circostante, che inizialmente era una città grigia e maleodorante, caratterizzata da toni cupi e dall'indifferenza dei suoi abitanti, ha modificato il suo orizzonte trasformandosi in una campagna lussureggiante all'interno della quale campeggiava solida una confortevole abitazione tutta mia, immersa nel verde della natura e nell'azzurro del cielo limpido.

Sono state tante altre le metafore che ho scoperto e imparato a modificare a mio favore: alcuni esempi possono essere un mé stesso bambino, nascosto nel buio di un sottoscala, che ho aiutato ad uscire allo scoperto, curandolo come se fosse un figlio mio. Oppure le claustrofobiche sbarre di una prigione, attraverso le quali sono riuscito a vedere uno spiraglio di sole, riassaporarando l'odore dell'aria pura, fino a passarci attraverso con il mio stesso corpo. O ancora degli scarafaggi che ero convinto infestassero ogni luogo in cui mi capitava di trovarmi, che da mostri repellenti sono diventati degli insetti insignificanti, facili da schiacciare.

Ma forse la metafora più importante è nata nella fase più delicata della mia guarigione. Durante i primi mesi di terapia avevo vissuto un lungo e penoso periodo di totale isolamento: in pratica avevo tagliato tutti i contatti con il mondo esterno, convinto che tutti fossero contro di me, pronti a farmi del male al punto da autoconvincermi che addirittura radio, tv e giornali parlassero direttamente di me in maniera negativa. A parte i miei stretti familiari non ero più in grado di incontrare nessuno, non svolgevo più alcuna attività e uscivo di casa esclusivamente per andare a fare la terapia dalla dottoressa Claudatus. Superata questa fase di depressione grave, soprattutto grazie al modellamento simbolico, arrivava il momento critico di riuscire allo scoperto, recuperando i contatti con il mondo esterno. Ed è stato qui che il modellamento simbolico mi è venuto nuovamente incontro: sostenuto dalla mia terapeuta ho elaborato la metafora di un tuffo nel mare, dalla cima di una rupe altissima, raggiunta con grandi fatiche nei mesi precedenti. Più guardavo il disegno che avevo realizzato per quell'occasione, più mi riappropriavo della voglia di cimentarmi in quel grande salto, che rappresentava il mio rientro nella società. Ho analizzato questa metafora da ogni possibile angolazione grazie al clean space, fin quando non ho sentito dentro di me di essere pronto ad affrontare quella grande prova, senza essere bloccato dalla paura del mare, ma anzi sentendomi spronato dalla voglia di provare la bella sensazione della libertà che solo l'acqua può regalare.

Grazie al modellamento simbolico, quindi, ho imparato ad affrontare ogni sintomo della mia condizione: le allucinazioni, che erano voci estremamente giudicanti, i deliri, che si erano sostituiti alla realtà e la depressione, un male dal quale avevo il terrore di non uscire mai più. Grazie al modellamento simbolico sono stato in grado, con grandi sforzi, di riprendere completamente in mano la mia vita e di reindirizzarla verso nuovi, importanti obiettivi.

Adesso che posso guardarmi indietro e scoprire tutti i grandi passi avanti compiuti grazie al modellamento simbolico, mi sono reso conto di quanto questa tecnica sia stata importante per la mia guarigione e per questo ho voluto partecipare ad un corso con James Lawley e Penny Tompkins organizzato in Italia proprio dalla dottoressa Claudatus. In quattro giorni di full immersion ho scoperto la tecnica dal lato del terapeuta e ho compreso quanto rigore e quanta attenzione ai particolari ci siano dietro le metodiche ispirate da David Grove, celate dietro un linguaggio solo all'apparenza scarno ed essenziale. Nel contempo ho avuto la fortuna di incontrare due insegnanti impareggiabili, che hanno avuto il grande pregio di confrontarsi direttamente con tutti i partecipanti al corso, senza dilungarsi troppo in prolisse spiegazioni, ma facendo provare sulla pelle l'efficacia delle tecniche che proponevano. Alla fine del corso Penny e James hanno chiesto a tutti di trovare una metafora che rappresentasse il modellamento simbolico. Per me la metafora più adatta è stata una passeggiata su una spiaggia di due persone che si tengono per mano, durante la quale nessuno guida l'altro ma si cammina insieme. L'orizzonte è limpido e ogni tanto ci si può voltare per osservare le orme dei passi già fatti, ma lo sguardo torna sempre in avanti.

Durante il mio viaggio dentro la malattia, che per dovere di cronaca non è ancora totalmente compiuto, ho sofferto molto e ho esplorato gli anfratti più oscuri del mio subconscio, ma puntualmente, una volta a settimana, ho trovato conforto nella seduta durante la quale, un poco per volta, la mia facilitatrice mi aiutava a lavare via il male che si era impossessato della mia mente. Il tutto accompagnato da una grande umiltà, che ho capito essere la base imprescindibile per poter affrontare queste tecniche così particolari.

Ogni incontro, ogni nuova metafora, ogni minimo cambiamento, costituivano per me delle piccole iniezioni di fiducia, delle quali ho compreso la grande importanza solo in un secondo momento, quando ho cominciato a stare meglio davvero. E' stato come se ogni volta avessi di fronte un enorme puzzle da completare: la mia facilitatrice non mi ha mai messo in mano la nuova tessera a inserire, cercandola al posto mio, ma mi ha aiutato, con le sue parole a farmi da guida, a trovare la tessera più adatta a me in quel preciso momento e mi ha spronato ad attaccarla al resto dell'immagine. In questo modo, un passo alla volta, ho rimesso insieme il caos che avevo davanti all'inizio ed il puzzle è ormai quasi completo.

9.7.2010
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Modelisation
Symbolique
et
clean language

in
PARIS, FRANCE
with
James Lawley &
Penny Tompkins


7-9 May 2018



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