Article Categories
[ Show ] All [ Hide ]
Clean Language
Article Selections
[ Show ] All [ Hide ]
 
UNA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

Angelo Recchia-Luciani

Ma è davvero possibile cambiare? Le persone, il loro comportamento, sono suscettibili di quella trasformazione cui si fa riferimento nel titolo originale di questo volume (METAPHORS  IN  MIND-Transformation through Symbolic Modelling), oppure no? Una risposta positiva o negativa a questa domanda ha implicazioni molto complesse e profonde.

L'intero edificio della psicoterapia ha, nella risposta affermativa a questo interrogativo, le sue fondamenta. E, spesso, alla esperienza della impossibilità del cambiamento è legata la messa in discussione di un approccio terapeutico.

Sul presupposto di una possibilità di cambiamento, da Cesare Beccaria in poi, si fonda la nostra idea di pena, inestricabilmente legata ai concetti di rieducazione e di recupero; su di una supposta impossibilità di cambiamento, e dunque di recupero, implicitamente è basato il più radicale giustizialismo, sino al sostegno della pena di morte. 

In questa sede non si tratta di assumere una posizione più o meno "politically correct", né di mostrarsi progressisti piuttosto che reazionari. Qui si cerca di affrontare un nodo problematico antico quanto la società occidentale, sin dalla individuazione, nella Grecia classica, di quella "pigrizia" o "inerzia" che impedisce agli uomini di divenire "migliori" - di cambiare - pur nella consapevolezza dell'esistenza dei propri limiti e problemi. 

In realtà, secoli di ricerca scientifica ci offrono oggi il quadro di un complesso apparato biologico e psichico - oltre che sociale - largamente strutturato per un duplice compito, solo apparentemente contraddittorio: a diversi livelli logici - lo ripetiamo, quello della biologia, quello psicologico e quello sociale - le " forme " (per usare un termine caro a Maturana e Varela) prevedono sia meccanismi intrinsecamente generativi di cambiamento, sia meccanismi di protezione dal cambiamento.

Il cambiamento viene continuamente generato: per usare la metafora genetica cara a David Grove ("Metaphors are like the genes of cells or the DNA -- genetic codes that replicate. So If we want to change a repetitive or habitual experience, it's the replicating mechanism that matters." in "And What Kind of Man is David Grove?", su Internet all'indirizzo: http://www.devco.demon.co.uk/interview.html), ogni fase meiotica nella riproduzione sessuata delle cellule ha come suo precipuo scopo la variabilità, la trasformazione, il cambiamento. Su una scala più vasta, di specie, questo ha luogo ad ogni generazione, con gli scopi prioritari della autoconservazione e dell'adattamento.
Allo stesso modo, ogni fase mitotica nella riproduzione delle cellule ha come suo preciso scopo la protezione dal cambiamento. In sistemi di elevato grado di complessità è ben raro che la mutazione accidentale generi variazioni adattative: il risultato più ovvio è la patologia. Così, superate determinate fasi critiche nello sviluppo, in modo simile, nella nostra psicologia, sembra prodursi, se non una impossibilità, per lo meno una severa resistenza al cambiamento. La variabilità biologica è possibile grazie alle mutazioni, ma è garantita, ad ogni generazione, dalla sessualità.

Cambiamento però di cosa? Il paragrafo "Il Pattern Di Organizzazione", nel secondo capitolo di questo libro, illustra con estrema efficacia quale sia "l'oggetto del desiderio", l'obiettivo di un cambiamento: "Prendiamo in considerazione una persona con 'una dipendenza' o 'una compulsione' o qualsiasi altro concetto astratto che etichetti una serie di comportamenti ripetitivi riguardanti il fatto che questa persona abbia poca o nessuna scelta. La dipendenza non è una sostanza che provoca assuefazione, non è neanche la particolare sensazione, percezione, comportamento e convinzione sperimentata  dalla persona dipendente. È l'organizzazione delle relazioni tra queste esperienze che assicura che il pattern si ripeta continuamente." Dunque, la fonte del disagio o della sofferenza, ciò che va cambiato, è un comportamento ripetitivo senza possibilità di scelta: ciò che siamo "costretti" a fare (o a non fare!), quello da cui non riusciamo a fuggire, ciò che non riusciamo a essere (o a non essere). E si tratta di qualcosa di profondo, di fondamentalmente e inerentemente "nostro", non meno di quanto possa esserlo la nostra ombra. Si tratta di noi: e "noi", non possiamo che essere noi stessi...

Benché il comportamento ripetitivo sia evidentemente la modalità attraverso cui la problematica viene espressa, non è il lavoro sui comportamenti ad essere l'oggetto del Modellamento Simbolico. Una parte essenziale di questa rivoluzione sta nella scelta del livello a cui operare: ed il livello scelto è quello dell'informazione che genera, regola e gestisce i comportamenti. In questo modo, alla radice del Clean Language e del Modellamento Simbolico, è una intera teoria della conoscenza. Approfondiremo questo punto.

Definito in questo modo, un "comportamento ripetitivo senza scelta", in cui la costrizione, la coazione al ripetere siano la vera fonte del disagio psichico, è una struttura, la cui intima natura è quella di una risposta appresa, configurata nella forma di un pattern di informazione, accessibile o (più spesso) non accessibile alla coscienza, a genesi individuale, oppure di gruppo, cioè sociale. Non è tra gli scopi di questa introduzione dimostrare le modalità attraverso cui il mancato accesso cosciente  a tali contenuti si configuri come la più efficace tra le misure di protezione dal cambiamento dei comportamenti ripetitivi: come ha già detto Justina Claudatus nel suo prologo, a proposito della definizione di "normale", per questo sarà necessario il prossimo libro. In questo volume, troverete invece molto a proposito di un modello, costruito in un lustro di osservazioni del lavoro di David Grove, da Penny Tompkins e James Lawley. Un modello capace di produrre una rivoluzione scientifica, nel senso più pieno e ricco che Thomas Kuhn diede a questa dizione.

"Modellamento Simbolico" si riferisce al lavoro di costruzione di un modello in cui protagonisti sono i simboli. Ma quali simboli? I simboli sono la chiave per l'interpretazione di qualunque cultura: verbali (linguistici) e non verbali, rimandano, con un meccanismo naturalmente metaforico, a "qualcos'altro", l'oggetto simboleggiato. La loro funzione nella comunicazione è nota da millenni, e ovvia: purché il simbolo faccia riferimento ad una qualche forma di vocabolario. Per essere comunicativo, il simbolo infatti deve avere un significato (o più di un significato) socialmente condiviso. Ogni giorno ci porta simboli nuovi, ad esempio attraverso nuove parole, oppure attraverso l'attribuzione, a parole vecchie, di nuovi significati. Così, ogni simbolo assume uno o più significati, tanti di più quanto più il simbolo è astratto (cosa significa amore? o "rosso"?). E l'attribuzione di significati, così come la loro particolare selezione rispetto ad un certo simbolo, è una operazione essenziale della comunicazione sociale.

I mondi degli umani sono in larga misura linguistici: appartenere ad un determinato gruppo è una operazione in grandissima misura legata alla capacità di condividere significati. E la funzione comunicativa del simbolo ha una importanza così grande da mettere in secondo piano ogni altra cosa, ogni altra possibile funzione. Il simbolo è forse solo comunicativo? Esso esiste soltanto quando è condiviso? E come fa un simbolo a cambiare significato? Come evolve la cultura?

"Nel corso delle mie psicoanalisi di nevrotici devo avere già analizzato più di un migliaio di sogni; ma non intendo servirmi di questo materiale per l'introduzione alla tecnica e alla teoria dell'interpretazione dei sogni.[..]
...io mi aspetto di trovare che lo stesso contenuto nasconda un significato diverso a seconda delle persone diverse e dei contesti diversi. E così devo rivolgermi ai miei propri sogni..."
Sigmund Freud, L'Interpretazione dei Sogni, 1900
Ed. It Newton Compton Ed. 1988 pagg. 102-103

Già, Sigmund Freud. Non ieri: nel 1900. Alle porte di una rivoluzione, Freud, in procinto di fondare la psicoanalisi, "scopre" qualcosa di essenziale: il simbolo ha, nell'ambito intrapsichico e in somma misura nell'inconscio, un significato peculiare, "idiosincratic" dicono gli anglosassoni, valido solo per il suo portatore. E' questo che impedisce l' "interpretazione" dei sogni dei nevrotici da parte di chiunque non sia il nevrotico medesimo: è solo la sommazione delle funzioni del sognatore e dell'interprete che permette a Sigmund Freud di scoprire e fondare la psicoanalisi.

Che alternativa avrebbe mai potuto esserci? Evidentemente, il ricorso a simboli non personali né peculiari, ma dotati di significati condivisi: magari anche solo tra il soggetto e il suo terapeuta, ma almeno tra questi due soggetti, condivisi.

Per il lavoro del terapeuta diviene così centrale l'interpretazione, ovvero, la ricerca del "qualcos'altro" cui il simbolo rimanda, o della particolare selezione di significati, cui il simbolo rimanda. Una interpretazione che in qualche misura tradisce lo spirito stesso della scoperta: la rende una tecnica, legata allo specifico mondo di significati che costituiscono il mondo della comunità degli psicoanalisti.

Sebbene a rischio di apparire offensivo, non posso considerare alcuna "collezione" di significati profondi o occulti, per i simboli dell'inconscio, una volta che sia rtesa pubblica, più valida di quanto possa essere la "smorfia napoletana". Hai sognato questo? Giocati quest'altro...nel numero, il significato.

Già, il significato. Ma se "lo stesso contenuto nasconde un significato diverso a seconda delle persone diverse e dei contesti diversi", chi decide cosa significhi un simbolo? La risposta è una sola: il suo portatore. Diceva George Herbert Mead (in quegli stessi anni, a cavallo tra ottocento e novecento): "Quello che è essenziale per comunicare è che il simbolo debba suscitare nel "Sé" di ciascuno la reazione che suscita negli altri." Sembra facile se i simboli sono socialmente condivisi, se tutti condividiamo i medesimi significati, se tutti ci riferiamo allo stesso vocabolario. È questa la ragione per cui cerchiamo il vocabolario come garanzia della comunicazione nella scienza. Ma, i nostri simboli sono largamente significativi in una forma assolutamente individuale, peculiare, singolare, personale. Così, lo stimolo produce sull'individuo un effetto assolutamente diverso da quello che produce sugli altri.

Per questo considero la formulazione di un linguaggio "non presupposizionale" - come il Clean Language di David Grove - un passo così importante non solo nella storia della psicoterapia, ma in generale nell'ambito della comunicazione. Un linguaggio non presupposizionale è un linguaggio dal quale sono state eliminate - il più possibile - le presupposizioni. Tutti quegli elementi, cioé, presenti direttamente o, più spesso, implicitamente, nel modello del mondo cui tacitamente si fa riferimento. Utilizzarlo non è sfida da poco, poiché rifiutare un riferimento implicito ad un qualche "mondo" significa anche non riferirsi ad alcuna piattaforma comune che sia, appunto, presupposta. Questo rende un autentico linguaggio "non presupposizionale" poco adatto alla comunicazione.
Ciò che rende il Clean Language assolutamente unico, e che consente di affermare che il suo sviluppo raccolga la sfida posta dalla scoperta dei simboli peculiari a suo tempo "rifiutata" da Sigmund Freud (ma non per i suoi sogni personali!), è proprio la sua consapevole natura di linguaggio quanto più possibile non presupposizionale. E l'utilizzo del Clean Language che permette al colloquio di non essere centrato sul cliente, né sul terapeuta, ma di essere centrato sull'informazione.

Non si tratta però di un linguaggio colloquiale: non è lo "scambio di informazione" il suo obiettivo. In particolare, non lo è la raccolta di informazioni a beneficio del terapeuta, né tanto meno una raccolta di informazioni finalizzata ad una sua interpretazione. Nel primo capitolo di questo volume, illuminante è il paragrafo intitolato "Chi Modella": "Durante il Modellamento Simbolico, al posto di un dialogo troviamo un 'trialogo' in cui "avviene una triangolazione tra il terapista, il cliente e l'informazione [metaforica]".  Il cliente modella l'organizzazione del suo Paesaggio Metaforico mentre il terapista  utilizza le espressioni metaforiche del cliente per costruire un modello equivalente (Figura 2.1). In altre parole, il vostro modello sarà la vostra descrizione della vostra percezione della vostra esperienza della sua descrizione della sua percezione della sua esperienza."

Freud, nell' "Interpretazione dei Sogni", introduce implicitamente il Trialogo: tra il Sé "cliente", il Sé "terapista", e la sua propria informazione. Il risultato è eclatante, ma non replicato con i pazienti. Freud scopre simboli "peculiari", in parte tipici della cultura della mitteleuropa di quegli anni (anche scientifica: le emozioni vengono "espresse", perché, come fossero in una macchina a vapore, sono "sotto pressione"); in parte dello specifico contesto culturale e familiare ebraico da cui proviene; in parte, ancora, suoi propri. Nel fare questo, identifica un intero mondo metaforico e simbolico, dotato sì al suo interno di possibilità di ridefinizione e ristrutturazione, ma solo per chi decida e scelga di aderire alle sue premesse. Sul piano scientifico, da decenni non è un mistero che esista una particolare "profilo" del buon candidato alla terapia analitica, maschio, bianco, di elevato livello culturale...purché nell'ambito dell'Occidente. Non accettare le premesse dell'approccio terapeutico, esplicite ed implicite, non entrare in questo specifico panorama metaforico, significa precludersi la possibilità di qualunque esito terapeutico.

Che altro è possibile immaginare? Cosa potrebbe permettere all'informazione portata del cliente ed in lui "cristallizatasi", di evolversi e mutare, protetta com'é - dai più potenti meccanismi della nostra stessa biologia - da ogni possibile evoluzione e cambiamento?

La messa a punto da parte di David Grove del Clean Language prese le mosse dall'esperienza terapeutica con le più gravi nevrosi post-traumatiche: veterani di guerra o reduci da esperienze infantili di rapimento o violenza sessuale, situazioni nelle quali gli approcci terapeutici tradizionali semplicemente non avevano risultati. All'inizio ciò che colpì Grove era la particolarissima scelta delle domande che i terapeuti ponevano ai loro pazienti. Da dove mai provenivano quelle domande? - proprio quelle, e assolutamente non altre! L'analisi delle interviste mostrò che all'origine delle domande non erano i temi proposti dai pazienti. Piuttosto, lo stile del terapista era identificabile, così come il particolare stile che ci fa dire del comportamento di una persona conosciuta se un certo atto "è tipico", o al contrario che qualcosa "non è da lui". L'approccio di Virginia Satir è proprio alla Satir; Carl Rogers è incredibilmente Rogeriano. Un'analisi di questo tipo può in realtà essere applicata a molti degli approcci psicoterapeutici: a questo fa riferimento Grove quando parla delle "allucinazioni" da cui provengono le domande degli psicoterapeuti: il loro modello del mondo.

Così, la ricerca di David Grove inizia l'esplorazione di un linguaggio che sia il più possibile "pulito" (Clean) e non presupposizionale. Quello che impegna Grove per sei anni è la ricerca di uno stile non Groviano. E' così che nasce il Clean Language: ed è alle domande Clean, non a David Grove che i clienti rispondono spontaneamente e naturalmente con metafore, con "panorami metaforici", teatri della coscienza e dell'inconscio i cui attori sono simboli, spesso dotati di significati ovvi e condivisi, ma anche più spesso di simboli peculiari, "idiosincratici", dal significato specifico per il cliente.

Panorami Metaforici e Simboli idiosincratici sono i pattern di informazione situati al livello logico superiore rispetto ai nostri comportamenti:  i pattern di informazione, contenuti al di fuori della coscienza, gesticono i comportamenti. Non tutti i possibili comportamenti: ma certamente quelli di tipo "ripetitivo senza scelta" cui ci siamo sopra riferiti.
La loro origine è in parte basata sulla nostra genetica, in particolare rispetto ai "modi di risposta". Genetica e comportamento hanno una oramai evidente e dimostrata correlazione: solo, questa non può riguardare contenuti e significati. Se ereditiamo un profilo caratteriale, difficilmente ereditiamo - per via molecolare! - un significato.

Un significato, una intero mondo di significato però lo ereditiamo eccome, ma attraverso i canali della nostra cultura. E lo proteggiamo dal cambiamento: perché non ne venga perso il valore biologico ed evoluzionistico di risposta adattativa. E, al tempo stesso, ne produciamo il cambiamento, generazione dopo generazione (ricorda, il nostro lettore, di esser stato una volta adolescente?): quando questo si mostri adattativo, per trasmetterlo, mutato, alle generazioni successive.

Questi meccanismi possono trovare spiegazione, a parere di chi scrive, solo attraverso il pieno riconoscimento della duplice natura, sociale e condivisa ma anche peculiare e idiosincratica, dei simboli contenuti in quei panorami metaforici che, soli, permettono la comprensione e la conoscenza.

Wilson e Dawkins, e la sociobiologia, solo pochi decenni fa ci hanno mostrato con chiarezza che "la perpetuazione del materiale genetico è la forza trainante dell'evoluzione, molte delle proprietà degli animali, per la verità le proprietà di tutti gli organsmi viventi (incluso il loro comportamento sociale), devono essere comprese in questa luce." (Henry Plotkin, "Introduzione alla psicologia evoluzionistica", pagg. 66-67, Ed. It. Astrolabio 2002).

Ancora da questo prezioso volume: "...si sta sviluppando un intero corpo di teorie che concepisce i cambiamenti culturali e sociali in termini di evoluzione culturale. Una delle componenti di queste teorie è che quanto gli individui si trasmettono all'interno di un gruppo sociale equivale alla trasmissione genetica nell'evoluzione biologica. I 'memi', così chiamati in confronto con i geni, rappresentano le unità essenziali della valuta culturale comune di un gruppo sociale." (Henry Plotkin, "Introduzione alla psicologia evoluzionistica", pag. 152, Ed. It. Astrolabio 2002).

" Le entità culturali, i 'memi', per usare le parole di Darwin, assumono forme diverse. Le variazioni sono causate dai cambiamenti, equivalenti alle mutazioni, e non sono imposte direttamente dalle forza della selezione, o causate da cambiamenti nei memi che avvengono attraverso la loro interazione con altri memi. Le forze della selezione, quindi, danno luogo a memi che vengono diffusi attraverso la copiatura e la trasmissione di processi che spostano nello spazio e tra le persone, conservandoli nel corso del tempo. La sopravvivenza differenziale dei memi, che risulta da tale selezione e dai processi di trasmissione, determina dei cambiamenti nella frequenza dei memi in un gruppo culturale nel corso del tempo. Pertanto, la cultura mostra un'origine comune con modificazioni guidate dagli stessi processi che determinano il cambiamento nei sistemi biologici. Tuttavia i duplicatori e i veicoli culturali sono qualcosa di differente da quelli biologici, hanno differenti proprietà e quindi il quadro globale dell'evoluzione a livello culturale appare piuttosto diverso da quello dell'evoluzione a livello biologico. Sono uguali solo per il fatto che i duplicatori culturali, come quelli biologici, sono in grado di copiare se stessi, e i veicoli culturali sono quelli su cui agiscono le forze della selezione. [...] vorrei invece concentrare l'attenzione su cosa possano essere questi memi e i loro veicoli, e su quali siano le fonti di variabilità [...] i meccanismi di selezione, variazione e diffusione dei memi sono meccanismi psicologici. Deve essere così, dal momento che non ci sono altri candidati possibili.

Ma allora, cosa potrebbero essere i memi? Proprio come i geni, devono essere qualcosa che contiene informazioni che possano essere trasmesse gli altri e copiate."
(Henry Plotkin, "Introduzione alla psicologia evoluzionistica", pagg. 235-236, Ed. It. Astrolabio 2002).

Rinfrescheremo la memoria del lettore a proposito di due concetti introdotti da Dawkins e dalla sua celebre teoria del gene egoista negli anni '60, concetti qui utilizzati: un "Duplicatore" è un'entità in grado di copiare se stessa; quando sono geni, sono trasmessi tra gli individui, generazione dopo generazione, attraverso la riproduzione sessuata. Sono definiti depositi di informazione: non casualmente, una definizione questa usata spesso per la metafora, in linguistica. Sulla base di tali informazioni vengono prodotte le forme biologiche individuali, gli organismi. Dawkins definì gli organismi "Veicoli", sostenendo che fosse la riproduzione e la capacità di sopravvivenza differenziate dei veicoli a determinare una differenza nella diffusione dei duplicatori, e la loro diversa capacità di perdurare nel tempo. I duplicatori esistono per sempre: copiando se stessi, perpetuano il loro pattern informativo. La "copia" identica di sé stesso è una proprietà del duplicatore: esso deve proteggersi dalla variabilità. Che valore adattativo possegga l'informazione, è stabilito "sperimentalmente" dal successo dei veicoli (gli organismi) che sono privi della proprietà di replicare se stessi esattamente. Il successo è definito dal confronto con le pressioni della selezione. Per inciso, è alla "immortalità" e alla "priorità" dei geni rispetto ai veicoli, che si deve il nome popolare di "teoria del gene egoista" data a questo modello.

Il veicolo, attraverso i meccanismi di "rimescolamento" dell'informazione tipici della riproduzione sessuata, e la possibilità di subire mutazioni, è un garante della variabilità. Henry Plotkin sottolinea (pag. 213-214) che "non sono solo i geni e gli organismi individuali a poter essere identificati come, rispettivamente, duplicatori e veicoli [...] la singola persona, in quanto veicolo, è un'unità formata da molte parti in collaborazione [...] E' negli interessi, diciamo così, dei geni attivi nell'individuo che quelle diverse parti lavorino nel miglior modo possibile per assicurare la sopravvivenza e la riproduzione di quell'individuo, dato che questo assicura la propagazione dei geni stessi. Ebbene, nessuno mette in discussione lo status di veicolo del singolo individuo, per quanto possa essere un veicolo complesso, composto di molte parti diverse, e nessuno mette in discussione l'importanza dei geni. Ma che dire dei gruppi sociali, ossia di quei gruppi composti di individui che collaborano? Se un singolo individuo formato da organi che collaborano è il veicolo, possiamo pensare anche a un gruppo di individui collaborante come a un veicolo? La risposta a questa domanda ci sembra importante per due ragioni. La prima è che la cultura è per definizione un fenomeno di gruppo. [...] Secondo punto, [...] l'evoluzione dell'uomo è avvenuta all'interno di un lignaggio di specie i cui membri vivevano in piccoli gruppi. Gli esseri umani non sono animali solitari, e la comparsa di grandi concentrazioni di individui che vivono in gruppi enormi è un fenomeno piuttosto recente. [...] esistono ora buoni argomenti teorici a sostegno del fatto che la selezione per gruppi sia un fenomeno piuttosto comune in una specie come quella di noi uomini, che ci siamo evoluti come membri cooperanti di piccole comunità di individui. Il concetto del gruppo come veicolo, equivalente all'organismo singolo, non interferisce in alcun modo con l'importanza dei geni come duplicatori nell'evoluzione biologica."

E' questa la sfida della "spiegazione" teorica del Modellamento Simbolico: i simboli idiosincratici organizzati in panorami metaforici all'interno di individui, organizzazioni e culture, su su sino a comprendere la nostra intera specie, sono una possibile risposta a questo ultimo quesito "Ma allora, cosa potrebbero essere i memi?". Una risposta cercata già da Charles Darwin, e da chiunque si sia occupato di evoluzione da allora in poi, e in grado di spiegare in che modo la tradizione culturale "funzioni" come deposito extrasomatico di informazione, con il costante duplice fine della autoconservazione delle unità viventi e del loro adattamento.

Nella ricerca di un background teorico del Modellamento Simbolico, James Lawley e Penny Tompkins fanno riferimento alla nascita, ormai più che ventennale, della Linguistica Cognitiva. Questa disciplina, la cui nascita si deve al genio di Lakoff e Johnson, ha rivoluzionato il mondo della linguistica, oltre i panorami definiti dalla precedente rivoluzione, quella del maestro di Lakoff, Noam Chomsky.
Alle sue radici, l'analisi dei meccanismi della comprensione negli umani.

Lakoff e Johnson ci hanno insegnato che gli umani comprendono attraverso la costruzione di metafore. È questo il solo modo che permette alle nostre menti di "capire" e quindi di apprendere. È la comprensione che definisce l'esperienza, che permette la percezione. I simboli, attori nel teatro dei nostri panorami metaforici, personali o sociali, sono la modalità attraverso la quale "immagazziniamo l'esperienza". Le modalità di funzionamento dell'inconscio privano simboli e panorami metaforici delle loro caratteristiche spaziali e temporali, rendendo "definitivi" ed immutabili i nostri apprendimenti.

Il Modellamento Simbolico è un metodo per rendere le persone esperte riguardo ai simboli che rappresentano la loro esperienza, in modo che scoprano  nuovi modi di percezione del mondo. Il Clean Language è una tecnica per il colloquio verbale e non verbale che consente la "facilitazione" del cliente, permettendogli così di seguire le proprie espressioni metaforiche, e di crearsi un modello delle proprie percezioni corporee. Il processo viene definito di "automodellamento".

Così, Clean Language e Modellamento Simbolico hanno molti degli attributi necessari a operare una quanto mai necessaria rivoluzione negli ambiti della psicoterapia, della linguistica, della teoria della comunicazione. Come lucidamente sanno James Lawley e Penny Tompkins, perché questo avvenga, non bastano i successi della prassi: un quadro teorico esplicativo è ciò che fa di questo non una semplice "tecnica", ma un autentico approccio scientifico. Si racconta un aneddoto a proposito della nascita della Programmazione Nurolinguistica, negli anni '70 negli Stati Uniti. Richard Bandler era uno degli allievi del Professor Grinder: nel corso dell'attività universitaria, erano state esaminate le videoregistrazioni di sedute terapeutiche tenute da alcuni tra i maggiori psicoterapisti contemporanei. Bandler aveva mostrato un particolarissimo talento: senza alcuna preparazione teorica, sembrava in grado di riprodurre i risultati di quei terapeuti, riproponendone lo "stile comunicativo". Grinder aveva proposto a Bandler "Se mi insegni a fare quello che fai, ti spiego come funziona" con ciò fondando la Programmazione Neurolinguistica. Grinder era un Linguista Chomskiano.

Il Modellamento Simbolico ed il Clean Language hanno già mostrato il loro enorme potenziale con i risultati clinici, in trenta anni di applicazione: la linguistica cognitiva offre potentissimi elementi teorici, che è possibile integrare con i risultati di decenni di ricerca nell'ambito della psiconalisi, della psicologia sociale e della psicologia evolutiva, della teoria dei sistemi, delle scienze cognitive e della neurofisiologia. Una complessa, nuova e potente teoria della conoscenza è alle porte. A supportare un potentissimo approccio terapeutico pratico. Come forse direbbero Thomas Kuhn o Fritjof Capra, i paradigmi dominanti il mondo scientifico a cavallo tra secondo e terzo millennio sono quello Newtoniano e quello Cartesiano. Nelle scienze dell'uomo, tutto oggi sembra riportarci alle molecole ed alla biochimica. Kuhn ci rivelò ("La struttura delle rivoluzioni scientifiche" è del 1960) la natura rivoluzionaria delle nuove discipline, indicandone il luogo di nascita "ai confini" tra le scienze fattesi "Accademia"…Esattamente il tipo di evento cui egli attribuisce la possibilità di evoluzione della scienza. Quel che siamo non sono solo molecole.

Questo approccio non nasce nelle culle del sapere. Ma le sue risposte e potenzialità, così potentemente "adattative" (nel senso evoluzionistico del termine) non possono essere trascurate. Né dai singoli, né da quella "forma" biologica, unità di terzo ordine secondo la teoria di Santiago, che é Gaia, il pianeta che vive. E di cui tutti non siamo che parte.

Bari, lunedì 11 novembre 2002
Comments
 »  Home  »  Worldwide  »  Italian  »  Una Rivoluzione Scientifica
Article Options

Online
Clean Language
&
Symbolic Modelling




with
James Lawley
and
Penny Tompkins


more info
view all featured events